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POLITICA
12 maggio 2013
Vademecum per la sinistra che verrà
Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio

Antonio Gramsci, dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927


Ecco la domanda da cui ripartire  : QUESTO PD  può essere rivitalizzato tracciando una nuova strada oppure QUESTO PD non ha più nulla da dire e da dare al Paese ed è meglio abbandonarlo per costruire una nuova casa ?

Per risolvere il dilemma dobbiamo tentare di chiarire a noi stessi chi siamo, cosa vogliamo e quali strumenti abbiamo per tracciare una nuova strada o eventualmente per costruire una nuova casa

Il Vademecum che qui si propone è un work in progress sotto forma di dizionario , un laboratorio di idee in continua evoluzione che nelle intenzioni vorrebbe trovare gli strumenti per liberare il terreno dalle macerie di una storia politica che si è dimostrata fallimentare per decidere poi se tracciare una nuova strada per il PD oppure costruire una casa nuova per i democratici, quelli veri.

Cambiamento

Costituzione

Crisi

Declino

Democrazia

Futuro

Felicità

Giustizia

Identità

Morale

Passione

Progetto

Responsabilità

Riformismo

Solidarietà

Trasparenza


POLITICA
11 maggio 2013
L'unica via d'uscita

Alle Politiche del 2008 il PD di Veltroni ha preso 12.095.306 voti
Alle Politiche del 2013 il PD di Bersani ha preso   8 644 523 voti

Questo è il dato sui cui bisognerebbe cominciare a riflettere per trovare una via d' uscita ad una crisi che in verità non sembra avere sbocchi positivi.

Il PD non è "una storia di successo" come vorrebbe far credere Bersani, col senno di poi bisogna ammettere che è la storia di un flop, di un progetto anomalo nato nel contesto del bipolarismo anomalo stravolto e travolto dalla presenza anomala di Berlusconi, un progetto che si è schiantato alla prima verifica politica veramente importante (cioè quando si è trattato di formare un Governo a trazione PD e di pilotare l'elezione del nuovo PdR) perché nel corso degli anni il progetto non ha assunto un'identità definita ma è rimasto allo stato larvale.

Per tutta una serie di circostanze e di errori che sarebbe impossibile enumerare ed analizzare in questo
contesto, QUESTO  PD è stato bocciato dalla storia, questo è un fatto e non lo si può negare.

Adesso si tratta di capire se all'interno di QUESTO PD sono presenti delle forze in grado di metabolizzare gli errori, superare i limiti imposti da un progetto politico anomalo e tracciare una nuova strada per un nuovo progetto politico oppure se QUESTO PD non ha più nulla da dire e da dare al Paese.

Certo è che se si vuole rifondare il PD su basi nuove nella speranza di poter recuperare i milioni di voti che in questi anni sono andati perduti il punto di ripartenza non può che essere la "questione morale"., non vedo altre vie d'uscita.

POLITICA
24 aprile 2013
Tornare indietro per andare avanti
Intervista a Enrico Berlinguer

La passione è finita?


Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

 

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

 

Per quale motivo?


I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

 

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

 

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

 

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

 

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

 

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

 

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

 

Dunque, siete un partito socialista serio...


...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

 

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

 

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

 

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

 

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

 

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981
SCIENZA
5 luglio 2010
Le malattie della Sinistra

La sindrome di Tafazzi
Il disturbo prende il nome da un personaggio televisivo divenuto celebre per una gag nella quale il masochismo è il tratto principale del comportamento. In effetti questo disturbo sembra essere molto diffuso, siamo ai limiti della pandemia : la home page di ieri e di oggi de "Il Fatto Quotidiano" oppure il recente convegno di Cortona nel quale si è tirata fuori di nuovo la ciambella senza buco chiamata vocazione maggioritaria e la solfa del partito leggero in un momento di grave crisi di B.  e mille altre storie del lontano e del recente passato sono la prova provata che nella sinistra questo disturbo è latente allo stato endemico e ancora non si è trovato un antibiotico che faccia effetto.

Il morbo del qui pro quo

Anche questo è un morbo piuttosto diffuso, pare ne soffra in particolar modo Masimo D'Alema : è il disturbo di chi sempre e comunque prende fischi per fiaschi, di chi non ne azzecca una, di chi sistematicamente sbaglia la mossa, di chi vuole mettere i chiodi nel muro con il cacciavite, di chi usa il trapano per fare i buchi nell'emmenthal, un disastro. Molto difficile da curare, quasi una missione impossibile.

La traslazione temporale
Si tratta di un disturbo più contenuto per diffusione e gravità, ne soffre in modo grave ancora Massimo D'Alema  : è il distrubo di crede di vedere le cose prima degli altri ed invece le vede sempre dopo. Pare che lo psicanalista che segue Massimo lo abbia avvertito  : " Stia attento perchè un giorno o l'altro potrebbe pensare di vedere una bicicletta ed invece è un treno in corsa che le viene addosso ". [*]

La sindrome del palo in frasca

Questo disturbo risulta particolarmente evidente sui blog della sinistra dove militanti e simpatizzanti sfogano le proprie idee e le proprie rabbie : non c'è mai un filo logico, un ragiomento, la ricerca di un senso, si passa da un argomento all'altro di punto in bianco, si pensa ad intermittenza, tipo le luci dell'albero di Natale.

La malattia di Mao a valenza negativa

Questa malattia ha una patologia clinica piuttosto complessa nella quale sono presenti anche i disturbi elencati qui di sopra, prende il nome dal famoso aforisma di Mao Tse Tung : Grande è la confusione sotto il cielo dunque tutto è stupendo. La valenza negativa deriva dal fatto che il soggetto gode nel fare casino ma distrugge la casa senza saperla ricostruire, gode nel criticare gli altri ma all'atto pratico non sa cavare un ragno dal buco


[*]  Dei disturbi di D'Alema mi ero già occupato in un'altra occasione


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permalink | inviato da torquemada58 il 5/7/2010 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
3 luglio 2010
Destra e/o sinistra ?
Se un finiano posta sul sito de Il Fatto Quotidiano un commento sul processo dell'Utri e una bella fetta dei lettori di quel giornale invita il finiano a rompere gli indugi e mollare Berlusconi al suo destino con frasi del tipo "Ma lo capite o no che se ve andate da soli fate il 10% su base nazionale in una settimana???? iatevenne, convocate una manifestazione di piazza per vedere quanti sostenitori avete e resterete allibiti da quanti sono!!!! dai credeteci cazzo, credeteci. cosa aspettate che il vostro elettorato potenziale la faccia da solo una manifestazione per farvi vedere quanti sono? ma ve lo deve un comunista queste cose? "  e sui siti della destra si leggono parole del tipo "Dell’Utri è un mafioso e Falcone e Borsellino sono i nostri eroi. Mangano è morto in prigione come si meritava un criminale di tale livello. Ma cosa ci fa la Destra di Borsellino con una banda di farabutti simile ?"  vuol dire che il diaframma è saltato, che le nozioni di destra e sinistra cominciano a liquefarsi, che certe differenze di fondo magari rimangono e rimarrano ma alcune parole, penso in particolare alla parola legalità, stanno formando un tratto convergente, un luogo di corrispondenze, un terreno dove stranamente il linguaggio sembra diventare comune. Come è potuto avvenire tutto questo ? E' facile da spiegare : la forza distruttiva del blocco sociale rappresentato da Berlusconi è talmente dirompente che sta creando una reazione di senso opposto.
Il blocco sociale che Berlusconi rappresenta è un blocco eterogeneo, senza una precisa appartenenza di classe o di ceto sociale,  indistinto per ispirazioni e provenienza, che si muove di pancia, poco gli importa che la malavita organizzata, l'evasione fiscale e la corruzione siano le prime tre industrie del paese , anzi valgono le connivenze, le complicità e la rete delle clientele , è il mondo di chi stappa lo spumante perchè il falso in bilancio non è più reato, di chi si fa portare il pesce fresco in montagna con un volo di stato, di chi gozzoviglia nella ricchezza spropositata mentre la crisi la pagano i soliti noti, di chi è disposto a tutto pur di avere un posto al sole nella mignottocrazia, la morale è un optional, il senso dello Stato un UFO, le regole un impedimento all'ingordigia, la fedeltà una stupidata, l'onore uno dei misteri di Fatima, conta l'apparenza, il sembrare e quindi si privilegia l'inganno, il sotterfugio, la furbata, la barzelletta.
Questo sbandamento della ragione è così prepotente da portare però adesso ad una reazione di senso contrario che comincia a prendere forza, come se all'unisono milioni di persone di fronte a questa perversione della moralità avessero bisogno di trovare un appiglio per non cadere definitivamente nel vuoto, per non soccombere al collasso, un appiglio per tentare una risalita, un recupero, una stabilità.
La parola e il concetto di legalità sono l'appiglio di cui abbiamo bisogno e il senso della giustizia è la forza che potrà armare la reazione contro chi vìola spudoratamente e offende sistematicamente le regole del vivere civile, in questa prospettiva destra e sinistra sono parole che stanno perdendo il loro potere propulsivo, da adesso in poi la scelta di campo sarà tra onestà e legalità da una parte e malaffare e putrefazione dall'altra, quando il gioco politico tornerà pulito, si potrà di nuovo parlare di destra e di sinistra.

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permalink | inviato da torquemada58 il 3/7/2010 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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