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POLITICA
31 marzo 2012
#veltroniscusatipercalearo
«Adesso iniziamo a credere di poter vincere». È ottimista Walter Veltroni dopo aver incassato l’ok di Massimo Calearo: il presidente di Federmeccanica e leader degli industriali vicentini diventa una bandiera per il Pd. E quel nome, associato a quelli di Matteo Colaninno e Umberto Veronesi in Lombardia, potrebbero - effettivamente - fare la differenza in quel lombardo-Veneto ex bianco, superleghista, antiromano e no-tax. L’hanno capito bene sia la sinistra che il Pdl, che proprio su Calearo hanno aperto il fuoco della dialettica politica.

«Non so come venga in mente al Pd di candidare Calearo» ha detto sbigottito, Fausto Bertinotti, «una scelta di campo inequivocabile dalla parte dei padroni» ha aggiunto il ministro Paolo Ferrero, e così anche Franco Giordano: «Il Pd con Calearo e Ichino va verso il centro». «Francamente - ha aggiunto Giorgio Airaudo, della Fiom torinese - faccio fatica a credere che così si rappresentino i lavoratori», in piena sintonia con il segretario Fausto Durante. Sull’altro fronte, e per ragioni opposte, appare basito il senatore azzurro Maurizio Sacconi: «La candidatura di Calearo che segue a quella di Colaninno, conferma che in Confindustria sono davvero successe cose strane in questi anni». Veltroni, per tutta risposta, chiarisce che mentre «la sinistra parla di lotta di classe contro i padroni, noi con Calearo dimostriamo che siamo la forza del patto tra imprenditori e lavoratori». Quanto a lui, l’interessato, sciogliendo la lunga riserva sul suo impegno politico, ha spiegato che «se nel partito democratico trovano spazio anime, culture e interessi, anche non di sinistra come quelli di cui io sono portatore, significa che la politica italiana sta veramente cambiando».

Con l'acquisizione di Calearo si è anche chiuso il lavoro di costituzione delle liste del Pd, portato a termine con una settimana di anticipo rispetto alla scadenza dell’11 marzo, dai due grandi tessitori: Goffredo Bettini e Dario Franceschini. Inutile dire che su questi elenchi si lavorerà fino all’ultimo minuto utile, ma l’impianto appare ormai consolidato, almeno nelle teste di lista. Si sa, quindi, che il Piemonte perde Livia Turco come storico candidato (per lei è certo il collegio senatoriale dell’Abruzzo). Avrà invece Piero Fassino e Emma Bonino per le due circoscrizioni della Camera mentre come capolista al Senato avrà Gianfranco Morgando. Fortissimo, come si diceva, il pool per il lombardo-veneto: su quel fronte rischioso non si spenderanno solo i nomi citati di Calearo, Veronesi e Colaninno, ma anche il prestigio di Enrico Letta, Rosy Bindi, seguita dal numero due della Cisl Pierpaolo Baretta.

Non si è capito, invece, se Anna Finocchiaro sarà capolista per il Senato in Puglia o, più probabilmente, in Emilia, dove sarebbe affiancata alla Camera da Pierluigi Bersani. Dall’Emilia si trasferisce invece in Toscana Dario Franceschini che sarà capolista alla Camera mentre Vannino Chiti potrebbe esserlo al Senato. In quella Regione sarà candidato anche il prefetto Achille Serra.

Per il Lazio, si è già ampiamente parlato della giovane economista Marianna Madia per la Camera, mentre per palazzo Madama correrà il suo presidente Franco Marini. Ci sarebbero però alcuni dissapori tra i cattolici dell’ex Margherita in questa regione, perché si sentirebbero poco rappresentati. Perfino un «campione» della zona, come il ministro Beppe Fioroni, potrebbe essere candidato oltreconfine, in Sicilia. Di Pietro candida in Calabria la baronessa antindrangheta Teresa Cordopatri e un posto l’ha offerto anche a Giuseppe Giulietti. Sarà candidato, probabilmente in Toscana, lo studioso «girotondino» Pancho Pardi. Resta insanato, invece, l’attrito tra il Pd e l’Arcigay che non avrà nemmeno un candidato in lista. Da definire, infine, ancora alcune deroghe per i big che hanno superato le tre legislature: al momento sembrano certe quelle di Enrico Morando, Giorgio Merlo, Mimmo Lucà, Gabriele Frigato, Ugo Sposetti e Tiziano Treu, forse resta fuori, invece, Renzo Lusetti.

RAFFAELLO MASCI per La Stampa del 3 marzo 2008


foto

Caltroni

© Edoardo Baraldi


POLITICA
31 marzo 2012
La versione di Sofri
MILANO - A proposito di «Romanzo di una Strage» Adriano Sofri aveva pronunciato qualche perplessità nella sua breve rubrica sul Foglio. Per il resto il leader di Lotta Continua, condannato per l'omicidio Calabresi, aveva tenuto fino ad oggi un profilo basso sulla ricostruzione cinematografica dell'eccidio di Piazza Fontana realizzata da Marco Tullio Giordana. Il suo era un silenzio fecondo. Sabato 31 è apparso sul web come spuntato da nulla un libro di 132 pagine vergato dal sessantanovenne intellettuale in risposta alle «tesi gratuite e assurde» che sono alla base del film, e prima ancora del libro che lo ispira. Il titolo è 43 anni, quelli trascorsi dalla strage del 12 dicembre 1969.

LE TESI - La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana è «liberamente ispirata» al saggio di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie). Si tratta del la doppia bomba, il «raddoppio» degli ordigni decisa da frange deviate dei servizi segreti con la complicità dell'estrema destra. «Uno intenzionato a fare il botto - sintetizza Sofri - l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

LA NOTIZIA SU TWITTER E SUL WEB - Il libro, che apparentemente non ha alle spalle alcuna casa editrice, è stato lanciato sul Foglio, che nel numero del 31 marzo pubblica un'anteprima, e quindi ripreso dal blog Wittgenstein, del figlio dell'autore Luca, e da qualche altro sito (ad esempio Zanzibar). La notizia è poi approdata su Twitter, grazie a un paio di tweet dello stesso direttore del Post e di altri attenti lettori. Una reazione a catena destinata ad esplodere da qui a qualche ora.

Antonio Castaldo
@gorazio

Corriere della Sera, 31 marzo 2012 | 12:31



POLITICA
29 marzo 2012
I miei 3 dubbi e i 4 dilemmi del PD. Terza parte

Proviamo a fare il punto : si è detto che il PD avrebbe dovuto tenere un atteggiamento più deciso sulla riforma del Lavoro, Bersani avrebbe dovuto mettere fin da subito un veto assoluto sull'art. 18 ma non lo ha potuto mettere soprattutto a causa delle contraddizioni interne che bloccano il partito. Si è detto anche che il braccio di ferro tra il governo Monti e il PD sull'art. 18  potrebbe trasformarsi, anche a causa di fattori esterni, in un aut-aut di fronte al quale il PD sarebbe costretto a prendere decisioni che potrebbero portare a conseguenze di non poco conto. Si è detto che se uno scenario del genere dovesse materializzarsi

a) il PD potrebbe frantumarsi
b) se l'esecutivo dovesse cadere il PD verrebbe visto, a torto o a ragione, come il responsabile della crisi
c) se la riforma del Lavoro dovesse passare senza modifiche condivise e l'esecutivo riuscisse a sopravvivere in un quadro politico mutato , il PD verrebbe visto comunque come un partito perdente, incapace nel gestire e nel risolvere le situazioni complesse e nell'imporre le istanze della propria base elettorale

Volenti o nolenti, in questo momento il Governo Monti è a rischio così come è a rischio anche l'unità del PD ma se gli equilibri che tengono in piedi il governo Monti dovessero incrinarsi in modo significativo per un irrigidimento del governo sulla riscrittura dell'art. 18 o se l'evoluzione della crisi imponesse soluzioni rapide e perentorie, paradossalmente sarebbe proprio la frantumazione del PD a tenere ancora in vita il governo Monti perché, come si è detto, il manipolo dei MoDem andrebbe in suo soccorso.

Le domande che allora sorgono spontanee sono le seguenti : l'irrigidimento del governo sulla riscrittura dell'art. 18 obbedisce ad un disegno di cui ancora non vediamo la trama ? Come reagire di fronte ad un prendere o lasciare ? Quali potrebbero essere i riflessi di una scissione del PD sul quadro politico dei prossimi mesi ? Quale potrebbe essere il futuro di quella parte del PD che cominciasse a prendere le distanze dal governo tecnico di Monti ?  Potrebbe davvero formarsi il «partito di Monti» ? Quale potrebbe essere l'evoluzione del quadro politico in relazione allo sviluppo della crisi e in conseguenza delle riforme istituzionali che sono in cantiere e e della nuova legge elettorale ?

Proviamo a dare qualche risposta iniziando a fare alcune considerazioni sulla crisi e alcune valutazioni sull'operato del governo Monti perché le decisioni, per essere efficaci nel tempo sul piano politico,  devono comunque essere calibrate e devono maturare sulla base di una analisi fattuale il più completa possibile.

Il cambio di Governo ha permesso un recupero della credibilità internazionale che era scivolata ai minimi termini : pur tra luci ed ombre il decreto Salva-Italia ha permesso di frenare la macchina prima che finisse nel burrone, anche grazie agli interventi indiretti della BCE è stata scongiurata una pericolosissima crisi di liquidità ed è stata eliminata la possibilità che l'Italia diventasse una fonte di contagio per gli altri paesi dell'Eurozona, lo spread ha cominciato a ridursi significativamente, i Btp sono stati collocati senza troppe difficoltà e i rendimenti sono calati progressivamente ma il fatto che la fase acuta della crisi sia stata superata non vuol dire che l'emergenza sia finita, la situazione greca è ancora in bilico, quella spagnola mostra segni di una preoccupante involuzione e per quanto riguarda la situazione italiana secondo Confcommercio « il 2012 sarà il peggior anno in assoluto con consumi in calo vertiginoso ai livelli del 1998 e un Pil che arretra ai livelli del 1999»

«Nei 13 anni che vanno dal 2000 al 2012 abbiamo perso in termini di Pil reale pro capite, il 9% rispetto alla Germania, l’11% rispetto alla Francia, il 22% e il 18% rispettivamente nei confronti della Spagna e del Regno Unito»

«La pressione fiscale vera supera il 55% segnando un record europeo e mondiale, entro il 2014 per rispettare gli impegni presi con Bruxelles ci saranno manovre per 81 miliardi di euro, i consumi sono in caduta del 2,7% (bisogna andare al 1993 per trovare un peggiore -3%), gli investimenti sono in contrazione del 5,7%, la disoccupazione cresce di mezzo punto e il Pil si riduce dell' 1,3%»

Per ora la troika Bce-Fmi-Ue e una buona metà degli italiani hanno fiducia in Monti ma i presunti effetti positivi di alcuni suoi provvedimenti e della sua azione complessiva si vedranno solo tra qualche anno, se ci saranno, mentre nell'immediato dobbiamo digerire il lascito del governo di Berluschettino ovvero aumento della pressione fiscale, contrazione dei consumi e aumento della disoccupazione, in una parola : recessione.

Se consideriamo che l'inflazione sta rialzando la testa, che secondo l'ultimo rilevamento di Bankitalia il debito pubblico ha toccato a fine gennaio il nuovo record a quota 1.935 mld , che alcuni provvedimenti deliberati recentemente avranno effetti negativi sulle capacità di spesa degli italiani e quelli in cantiere  (pensioni, liberalizzazioni, semplificazioni e lavoro) avranno un effetto positivo sui conti solo nel medio e lungo periodo, se lo avranno, la prospettiva di sbattere a fine anno contro una recessione al 2%, un'inflazione al 4%, un debito pubblico oltre i 2000 mld, con la disoccupazione alle stelle e 200mila licenziati in più del previsto è reale, drammaticamente reale.

Inoltre Monti ha fatto anche diversi errori di tattica e di sostanza sulle pensioni, sulle liberalizzazioni e sull'art. 18 ma il limite più evidente del suo operato sta nella insufficiente aggressione alla spesa pubblica, ai costi della politica, alle rendite di posizione e alla cultura dell'illegalità (evasione fiscale, economia sommersa, corruzione, malaffare, criminalità organizzata).

Insomma, abbiamo superato una fase acuta della crisi grazie all' escamotage Monti ma la crisi nel suo complesso rimane gravissima, il rischio di un avvitamento della situazione non è stato scongiurato e persiste in tutta la sua pericolosità, lo dimostra la giornata di oggi con le rinnovate tensioni sui mercati internazionali, con la Borsa di Milano in particolare affanno (Piazza Affari -3,30%), con lo spread sotto pressione e con le dichiarazioni del Ministro per lo Sviluppo (''Da troppo tempo non cresciamo. Siamo nel pieno di una seconda recessione''.)

Paradossalmente è proprio la gravità della crisi, la sua persistenza e la sua pericolosità, a sconsigliare in questo momento un cambiamento brusco del quadro politico tanto più che nella fase attuale  esiste anche un altro fattore importante che deve essere preso in considerazione prima di maturare decisioni e scelte di una certa importanza e questo fattore ha un nome preciso : si chiama crisi della politica o meglio crisi dei partiti politici.

Questa crisi investe l'intero assetto della partitocrazia ma investe in pieno anche il PD, lo dimostra in modo incontrovertibile proprio la contraddizione che emerge nei sondaggi tra l'anima lab della base elettorale del PD che critica le scelte del governo Monti in ambito economico e l'anima lib che che nello stesso tempo ne sostiene l'azione. Evidentemente questa contraddizione emerge perché i simpatizzanti, i militanti e gli elettori del PD considerano che Monti abbia delle credenziali e dei requisiti  di qualità superiore  a quelli degli stessi esponenti del PD ed è una contraddizione questa che al momento non è sanabile, lo sarà solo con un profondo rinnovamento del partito.

In effetti uno dei punti di forza di Monti  nel contesto attuale , oltre a quello di poter  sfruttare a proprio vantaggio la fiducia di cui gode presso la troika Bce-Fmi-Ue, è proprio quello di poter sfruttare a proprio vantaggio anche la crisi di sfiducia che invece investe tutti i partiti :  Monti sa bene che A,B e C sono consapevoli della gravità della crisi e che nessuno di loro avrebbe il coraggio di staccare la spina in modo brutale, Monti sa bene che A e B hanno poi dei problemi anche all'interno dei rispettivi partiti e che non potrebbero staccare la spina al suo governo senza patire conseguenze di un certo rilievo e Monti sa bene che in questo momento nessuno vuole le elezioni, soprattutto quei parlamentari che attendono la fine naturale della legislatura per maturare il diritto al vitalizio.

Sotto questo profilo,  sul piano delle dinamiche della politica, Monti ha il vantaggio di poter  resistere in qualche modo al riflusso della partitocrazia e di poter imporre ai partiti una tabella di marcia per arginare la crisi, il problema semmai  è che questo vantaggio rimane teorico se poi non trova uno sfogo concreto in provvedimenti efficaci .

In ogni caso, pur sottolineando tutti i limiti e gli errori di Monti , resta il fatto che sul piano generale in questo momento non ci sono le condizioni per poter provocare o assecondare la caduta del governo Monti  ( l’ipotesi di anticipare le elezioni è semplicemente improponibile perché  la crisi in corso richiede istituzioni sempre sugli attenti e i partiti sono talmente screditati a causa degli scandali ormai quotidiani da non essere attualmente in grado di prendere il timone del Paese,  la legislatura dunque non può che terminare alla sua scadenza naturale). 

Sul piano particolare però non si può nemmeno pretendere che il PD accetti un diktat che potrebbe  creare una frattura insanabile con la parte più consistente della sua base elettorale.  Per uscire da quest’impasse, se non emergono fatti nuovi, se non si concretizza un punto d’incontro tra le parti, al PD non resta che confermare il sostegno (critico) al governo Monti  e ribadire contestualmente che ad una legge sbagliata il PD non può che rispondere con un NO. Ovviamente una parte del PD, abbastanza  consistente sul piano parlamentare,  non concorderebbe con una posizione così rigida e ne trarrebbe le inevitabili  conseguenze formando un nuovo gruppo parlamentare in appoggio al governo Monti e si aprirebbe così nel PD una ferita difficilmente ricucibile. 

Ci sono forze, esterne ed interne al PD, che potrebbero avere interesse a provocare o ad assecondare uno scenario del genere ? La risposta è sì. Sarebbe possibile evitare lo sviluppo di uno scenario del genere ? Sarebbe possibile ma allo stato attuale pare che per alcuni non lo sia. Sarebbe opportuno scongiurare a qualsiasi costo e in tutti i modi uno scenario nel quale si verificasse una frantumazione del PD ? La risposta è no.

(continua)




I due cofondatori del PD
Stan D'Alema e Oliver Veltroni


POLITICA
29 marzo 2012
A, B e la maledizione di Montezuma
Chi è di sinistra metta mano agli amuleti, chi vuole davvero una nuova legge elettorale faccia gli scongiuri. Solo gli scettici, quelli a cui la nuova legge elettorale proprio non piace, possono non disperare: in questi anni ogni volta che Pd e Pdl (o Pds e Forza Italia) hanno dialogato - e spesso flirtato - sulla Grande Riforma, alla fine puntualmente non se n’è fatto niente. Con un'aggravante, per i democratici di sinistra: aver sistematicamente rimesso in sella un centrodestra altrimenti alla frutta.

Certo prima c'era Berlusconi e oggi c’è @angealfa, come si chiama su twitter il segretario del Pdl, ma certo lo spettro che il copione si ripeta aleggia. Nei panni di Bersani non si dovrebbe almeno un po' temere la maledizione di Montezuma, ossia quello che capitò al tandem D'Alema-Veltroni in stagioni diverse? Ancora a dicembre dell’anno scorso D'Alema spiegava in un'intervista alla Stampa che «le alleanze non sono prodotti alimentari che scadono, non vanno a male se passa il tempo», e respingeva con duro cipiglio il sospetto di sempre: «Dopo una settimana che si è votata la fiducia, dire che questo governo è un inciucio tra destra e Pd è inammissibile». Ma la frase tradiva come l'ansia di rispondere all’eterna accusa: quella di essere il più illustre praticante di un dialogo a fondo perduto col centrodestra (ossia Berlusconi) sulla legge elettorale. E in effetti. Nel luglio del '99 l'entusiasmo bicamerale per riforme costituzionali ed elettorali produsse intese, incontri, faccia a faccia col diavolo. Prodi fu cattivissimo, disse che tutto quel parlare di riforme aveva il chiaro senso di stabilire un trait d'union tra le Botteghe Oscure di D'Alema e il Cavaliere, tagliando fuori Palazzo Chigi dove sedeva appunto lui, il Professore. E infine Romano chiosò: «È quello Speedy Gonzales di D'Alema», per prendere in giro l’improvvisa grande fretta pidiessina di annunciare riforme dialogando con Berlusconi. Non erano bastati due anni precedenti a produrre un topolino, eppure ci fu chi promise: «Faremo tutto in 35 ore». Nientedimeno.

La scena s'è ripetuta con qualche ritualità alla fine del 2007, dieci anni dopo: quando Veltroni lanciando «la nuova stagione» prese a ipotizzare un confronto «pacato» col Cavaliere, sulla legge elettorale in primis. «Non si fanno le riforme senza Silvio», spiegò il fondatore del Pd; «ringrazio Walter per i toni», rispose affabulatore il premier. Finì che si davano del «bugiardo» o del «comunista». Prima, però, avevano sbandierato «c'è l’intesa sulla legge elettorale»: si videro il nove dicembre e alla fine Silvio comunicò coram populo - con espressioni che ricordano da vicino i titoli di ieri di tutti i giornali - «intesa possibile», e Veltroni coniò un'evoluzione delle antiche morotee «convergenze parallele» sostenendo che c’erano state, col capo del centrodestra, «convergenze rilevanti». Berlusconi non poneva «alcuna pregiudiziale» sulla data del voto e sulla caduta del governo Prodi, e Veltroni poteva annunciare che tutto si sarebbe fatto «nell’arco di 12 mesi».

Non saranno state proprio le «35 ore e faremo tutto», ma un anno si poteva attendere, via, vista l’entità dell’« intesa» che ci veniva presentata: «si comincia dalla legge elettorale», disse l'allora segretario del Pd, si passa alle riforme istituzionali (abolizione del bipartitismo perfetto, Senato delle Regioni, maggiori poteri per il presidente del Consiglio) e infine si modificano i regolamenti parlamentari. La legge elettorale rispondeva a criteri leggermente diversi da quella di cui si parla adesso, ma poco importa.

Allora si magnificò «la condivisione che bisogna passare a un nuovo bipolarismo, da un bipolarismo forzoso a un bipolarismo fondato sulla coesione programmatica», diceva Veltroni. E Berlusconi quasi cinguettava: «Per garantire democrazia e il bipolarismo è indispensabile che ci siano due grandi partiti alternativi tra loro. Siamo disponibili al confronto su una nuova legge elettorale».

Ora, in effetti, è davvero tutto diverso. Sembra che Angelino e Pierluigi già litigassero al momento di siglare l'intesa.

JACOPO IACOBONI per La Stampa del 29 marzo 2012


san valentino

© Edoardo Baraldi

POLITICA
29 marzo 2012
Cazzotti per tutti
Bersani dixit : "O politici e tecnici convincono insieme il paese o sotto la pelle del paese ce ne è abbastanza per prendere a cazzotti politici e tecnici"


KO

© Edoardo Baraldi


POLITICA
28 marzo 2012
Il calumet della pace di Nuvola Rossa
Bersani dixit : "Il mio compito è quello di portare la situazione di sofferenza che c'è nel Paese all'incontro con il governo. Miracoli non se ne fanno, ma da Monti segnali di comprensione devono venire''.


NUVOLA ROSSA

"Nuvola Rossa" Bersani mentre offre
il calumet della pace a Monti

© Edoardo Baraldi


POLITICA
28 marzo 2012
Dalla Grande Coalizione alla grande colazione
LA PAURA di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l'architrave su cui poggia l'accordo trovato ieri dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo "tecnico". Sull'idea che nessuna forza politica  -  a cominciare da Pdl, Pd e Udc  -  sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. Tutti sperano di tenersi le mani libere e ognuno punta a limitare i danni. Lasciando aperta la porta ad ogni soluzione per il dopo-voto. L'intesa preparata da Alfano, Bersani e Casini è soprattutto il frutto di una convergenza di interessi.

Claudio Tito per La Repubblica del 28 marzo 2012, articolo completo


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POLITICA
27 marzo 2012
I miei 3 dubbi e i 4 dilemmi del PD. Seconda parte
Più delle parole possono i fatti e i fatti ci dicono che la brusca sortita fatta ieri da Monti  -  "Se il Paese non è pronto il governo potrebbe anche lasciare" - è il segnale che il braccio di ferro di cui si diceva è già in pieno svolgimento e che la tattica attendista del PD potrebbe rivelarsi un flop prima del previsto.

Quale potrebbe essere la reazione del PD se il governo dovesse resistere sulle sue posizioni e richiedesse la fiducia del Parlamento senza modificare sostanzialmente il disegno di legge e senza tener conto delle indicazioni del PD o se la Fornero e lo stesso Monti minacciassero le dimissioni in modo esplicito ? A quel punto non avrebbe più senso dire "Non vedo una crisi di governo, anche perché abbiamo preso l'impegno di sostenerlo fino al 2013 e intendiamo mantenerlo. Il Paese è prontissimo e Monti lo ha già visto, ma per aiutare il Paese ed affrontare l'emergenza bisogna che ci sia un buon dialogo e non un distacco tra la sensibilità del Paese e l'azione del governo"  perché bisognerebbe decidere se votare pro o contro la proposta di riforma del Governo e se continuare a sostenere o meno Monti fino al 2013.

Cosa succederebbe allora se il Governo NON dovesse ammorbidire le sue posizioni ed accogliere le proposte del PD ? Secondo Stefano Folli  "se il Pd non riesce ad accettare la riforma Monti-Fornero, sia pure emendata dalle Camere, la stabilità del Governo sarebbe scossa dalle fondamenta. Come è noto, l'equilibrio si regge sul tacito patto Pdl-terzo polo-Pd. Se l'assetto si rompe, ne deriva una crisi dell'esecutivo tecnico destinata a precipitare il Paese verso le elezioni anticipate in condizioni che dire drammatiche è poco" .

C'è anzi chi ha ventilato l'ipotesi che il governo abbia cercato la rottura per la rottura  con la CGIL mettendo in difficoltà il PD proprio per aprire la strada a una nuova formazione che possa collocarsi al centro e spaccare il Pd, così da ottenere domani una maggioranza simile a quella che attualmente sostiene il governo Monti, ma con diversi rapporti di forza", in pratica sarebbe in atto un'operazione "per far nascere il «partito di Monti», insomma, assorbendo l’ala moderata dei democrat montiani (lettiani, veltroniani, parte degli ex Ppi) e lasciando in braghe di tela e all’opposizione, «isolati e delegittimati», gli ex Ds

Ammettiamo pure che nel backstage della politica sia in corso una partita nella quale alcuni soggetti potrebbero avere l'interesse e la voglia di squinternare il PD in modo da far nascere il «partito di Monti», evitare che il PD (di Bersani) diventi forza di governo e neutralizzare la prossima legislatura con una Grosse Koalition, questo vorrebbe dire che Il PD è davvero finito in una trappola e potrebbe essere costretto a scelte traumatiche ?

Sembrerebbe di sì : in effetti, nonostante le rassicurazioni di D'Alema, il PD è in una trappola ma ci è finito da solo a causa della propria dabbenaggine, non a causa di un complotto, e potrà evitare di uscirne con le ossa rotte solo se l'esecutivo avesse un ripensamento e accettasse un compromesso condivisibile senza vinti e vincitori. Al momento attuale questa non sembra però essere l'ipotesi più probabile, lo scenario più probabile è che in qualche modo si arrivi ad un redde rationem che sul PD potrebbe avere varie conseguenze di non poco conto :

a) il PD potrebbe frantumarsi
b) se l'esecutivo dovesse cadere il PD verrebbe visto, a torto o a ragione, come il responsabile della crisi
c) se la riforma del Lavoro dovesse passare senza modifiche condivise e l'esecutivo riuscisse a sopravvivere in un quadro politico mutato , il PD verrebbe visto comunque come un partito perdente, incapace nel gestire e nel risolvere le situazioni complesse e nell'imporre le istanze della propria base elettorale

Il problema vero è che l'errore è stato fatto inizialmente, Bersani avrebbe dovuto mettere fin da subito un veto assoluto sull'art. 18, non tanto per una questione di principio, quanto per una valutazione di ordine tattico, per evitare anzitutto che la questione diventasse, come poi è diventata, il punto critico della riforma. Già il solo fatto di aver parlato di un possibile aggiustamento dell'art.18 o di una possibile manutenzione ha stimolato gli appetiti di non pochi sedicenti riformisti e si è visto poi quello che è successo, l'art. 18 non è stato aggiustato, è stato svuotato e riempirlo di nuovo non sarà facile.

Per quali ragioni è stato fatto l'errore iniziale ? In parte l'errore è dovuto ad una certa ingenuità politica di fondo, in parte ad un mal riposto senso di responsabilità e in parte è dovuto al fatto che il PD è un partito bloccato su se stesso : l' iniziativa politica è perennemente condizionata, in modo soffocante, dai veti incrociati, dalle ubbie degli ex-qualcosa e dal timore di una frantumazione dagli esiti incerti per tutti e una posizione perentoria a difesa dell'art. 18 avrebbe certamente provocato malumori, mal di pancia, sfoghi vari e anche vere e proprie sconfessioni.

Il fatto è che per tenere a freno e lenire le tensioni di un partito assemblato in modo innaturale, nel PD si è sempre preferito adottare linee di condotta incerte ed ambigue e pur di non risolvere le contraddizioni interne si è preferito dare sfogo ad un tatticismo esasperato che nel tempo ha però appannato il profilo del partito.

Ma le contraddizioni interne covano sotto la cenere, il problema è stato solo rimandato, perché se nelle prossime settimane le richieste del PD non fossero accolte dal governo Monti e se non fosse possibile nemmeno un compromesso ragionevole di qualche tipo, anche l' apparente unanimità raggiunta ieri finirebbe nel tritacarne : è impensabile infatti che il PD voti a favore di una riforma non condivisa dalla stragrande maggioranza della sua base elettorale, quindi ad un certo punto Bersani si troverebbe costretto in un modo o nell'altro a prendere le distanze da Monti e la stabilità del Governo sarebbe sì scossa dalle fondamenta - come prevede Folli - ma non al punto da far cadere l'esecutivo perché il PD si spaccherebbe : una sua parte, numericamente significativa in Parlamento, continuerebbe a sostenere Monti nonostante tutto, il manipolo dei MoDem è pronto ad emergere dalle tenebre per agganciarsi al PDL e al Terzo Polo per tenere in piedi Monti.

In pratica tra qualche settimana la frantumazione del PD, temuta e sempre rimandata sine die, potrebbe diventare realtà. Poniamo che questo sia lo scenario più probabile, quali potrebbero i riflessi di una scissione del PD sul quadro politico dei prossimi mesi e quale potrebbe essere il futuro di un PD che cominciasse a prendere le distanze dal governo tecnico di Monti ?

(continua)


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Massimo Bersani

POLITICA
26 marzo 2012
I miei 3 dubbi e i 4 dilemmi del PD
Non si può mai stare tranquilli ! Stavo ancora riflettendo sui miei 3 dubbi di ieri sera ed ecco che salta fuori un tale che mi rammenta che ci sarebbero almeno altri  4 dilemmi che mi potrebbero riguardare e di cui dovrei  tener conto. Che fare ?  Non potendo far finta di nulla e non volendo fare la fine dell'asino di Buridano che morì di fame a causa dei suoi dubbi e dei suoi dilemmi, mi sono messo a riflettere meglio per tentare di sciogliere i 3 dubbi che avevo e di risolvere i 4 dilemmi in questione.

Riflettendo meglio mi è sorto il dubbio che i 3 dubbi e i 4 dilemmi fossero intrecciati tra di loro al punto da formare una matassa aggrovigliata e che per districare la matassa fosse necessario trovare il bandolo e forse l'ho trovato ...

Il bandolo della matassa è costituito dall'orizzonte strategico : una tattica che non sia commisurata ad un pensiero lungo è vuota ed impossibilitata ad incidere in modo significativo sul presente. Scegliere se e come sostenere ancora il Governo Monti, sciogliere il nodo delle alleanze, risolvere la questione delle primarie e quella della leadership senza avere un orizzonte strategico ben delineato significa affogare in un mero tatticismo di sopravvivenza.

Tutte le scelte devono essere calibrate in funzione di quello che si vuole diventare e di quello che si vuole fare, non si può costruire una casa nuova se non c'è un progetto in testa. Non si possono risolvere i dubbi marginali se prima non si risolve il dubbio che è all'origine di tutti gli altri dubbi.

La differenza più marcata tra il presente e il passato è che l'orizzonte strategico non può più essere delimitato da formule astratte ma va riempito con un linguaggio nuovo, la grammatica e la sintassi del futuro devono svilupparsi attorno ad una serie di concetti concreti che si sorreggono tra di loro e che sono portatori di civiltà : la lotta al privilegio produce equità, la difesa dei poveri, degli emarginati e degli svantaggiati produce giustizia sociale, la cultura del lavoro e del merito produce benessere diffuso, l'etica della trasparenza avvicina i cittadini ai processi decisionali, la questione morale produce efficienza nel governo della cosa pubblica, la cultura della legalità determina rispetto delle regole condivise e uno sviluppo armonico delle relazioni sociali.

Con l'affinamento continuo di questi concetti un orizzonte strategico prende la forma di un progetto e diventa la forza propulsiva per cambiare lo stato delle cose.

Ebbene, se questi concetti appena accennati davvero delimitano un orizzonte per il futuro e risolvono una parte del primo dilemma, come giudicare allora l'azione di un governo che tocca solo in minima parte i privilegi, le rendite di posizione, le ricchezze superflue e tocca invece in maniera pesante i ceti deboli ? Si vuole forse sfruttare il senso di responsabilità di un partito per scaricare sui più deboli il peso e il rischio di una crisi creata da altri ? Il senso di responsabilità di un partito non può essere sollecitato fino al punto da provocare una rottura con la sua base elettorale e una contraddizione mortale con il suo sistema di valori, è arrivato il momento di fare il punto della situazione e decidere da che parte stare e cosa fare.

Le dichiarazioni, le prese di posizioni e le analisi che in questi giorni si sono accavallate sulla riforma del lavoro Fornero-Monti sono talmente tante da rendere proibitivo un riepilogo delle cose dette, scritte e lette ma il quadro generale sembra essere ormai abbastanza chiaro : sulla riscrittura dell'articolo 18 sta per iniziare un braccio di ferro che condizionerà l'azione del Governo Monti e tutto il quadro politico dei prossimi anni. 

E' probabile che la Direzione Nazionale di oggi si chiuda con una mozione unitaria  e con la richiesta formale di una correzione della riforma del lavoro per la parte che riguarda la riscrittura dell'articolo 18 ma una richiesta formale del genere serve solo a guadagnare tempo, non risolve il nodo politico, di fatto non risolverà nulla perché circostanze non del tutto prevedibili, ad esempio il ritorno di fiamma nell'Eurozona di una crisi sui debiti sovrani, potrebbero costringere il Governo a forzare l'iter parlamentare oppure Monti potrebbe decidere di forzare la mano sua sponte per testare, magari rischiando, la sua credibilità di fronte ai mercati, insomma , per adesso la situazione rimane fluida ma non sappiamo se lo rimarrà anche nelle prossime settimane, ad un certo punto potrebbe diventare problematico per il PD mantenere il piede in due staffe e confermare fino al 2013 il patto di fedeltà con Monti e contestualmente chiedere di correggere la riscrittura dell'articolo 18.

Forse sarebbe meglio essere più chiari fin da subito e confermare il sostegno (critico) al Governo Monti fino al 2013 ma nello stesso tempo mettere dei paletti ben fermi e ribadire che :

1. nulla può essere fatto senza il consenso del PD
2. la riscrittura dell'art. 18 proposta dal Governo non potrà essere avallata nella sua forma attuale
3. il PD voterà NO qualora il Governo dovesse forzare la mano per far approvare soluzioni non condivise

Una posizione del genere metterebbe a rischio il Governo Monti e l'unità del PD in un colpo solo ? La risposta è sì ma è un rischio che val la pena di essere corso

(continua)


PD

Bersani mentre riflette sui dilemmi del PD



POLITICA
25 marzo 2012
«La trappola contro il Pd e la Cgil non è scattata»
Il Presidente del Copasir parla al congresso dei Giovani democratici :

[...]  Monti per D’Alema è stato «uno straordinario passo in avanti». A chi coltiva ripensamenti suggerisce di «chiudere gli occhi e pensare a chi c’era prima». E però il governo sull’articolo 18 «s’è creato un problema da solo, commettendo un errore. E noi intendiamo correggerlo». Anche per il bene di Monti, che deve governare fino al 2013 pure per permettere al Parlamento di cambiare la legge elettorale.

Ma quell’ errore forse il governo l’ha commesso anche nei confronti del Pd. «Non è scattata la trappola dice D’Alema per spaccare il Pd e isolare la Cgil». Il Pd è rimasto unito e anche Cisl e Uil vogliono cambiare quella norma «sbagliata e confusa». C’è un «vasto schieramento» che chiede sia cambiata, ragiona, e noi «in Parlamento ci faremo portatori di questa richiesta» [...]


(Fonte : L'Unità , domenica 25 marzo 2012)

Mi sorgono alcuni dubbi : perché il PD dovrebbe sostenere un governo che semina delle trappole ? Siamo proprio sicuri che la trappola non sia già scattata ?  Perchè non sfruttare il momento per mettere in discussione l'unità fittizia del PD e delineare i tratti di una nuova identità ?


foto

Il Presidente del Copasir


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